Palazzo San Gervasio

Palazzo San Gervasio


Spingendosi sempre a sud e seguendo il confine regionale, si trova, a 482 metri di altezza, Palazzo San Gervasio, il cui territorio si sviluppa sulle alture fra il Vulture e le Murge.


La tradizione vuole che tra l'VIII e il IX sec. d.C. i superstiti abitanti di Bantia, scampati alla distruzione della loro città da parte dei saraceni, si rifugiassero presso la foresta della piana di Cervarezza, alle pendici dell'attuale Palazzo San Gervasio. Si trattava di un luogo ricco di selvaggina (cervi, daini, caprioli e cinghiali) ma anche di acqua. Qui la leggenda narra che i superstiti trovarono le icone dei due santi milanesi, Gervasio e Protasio, probabilmente portati da coloni veneti.


La storia di Palazzo San Gervasio risale al VI secolo, quando i Normanni s'insediarono nell'area nord, intorno al Vulture.


Il castello detto Marchesale o Palatium Regium, fu eretto nel 1050 da Drogone di Altavilla, conte di Puglia e dal fratello Umfredo, come avamposto militare, punto di vedetta contro i bizantini e residenza di campagna dei principi normanni. Intorno al castello sorse il primo insediamento collinare con il Borgo Santo Spirito.


In una bolla di papa Innocenzo III nel 1201 compare per la prima volta e ufficialmente la denominazione Palatium Sancti Gervasi.


Successivamente, Federico II adibì il Palatium a residenza di caccia e di allevamento di cavalli. Questo luogo era inoltre particolarmente caro a Manfredi, figlio di Federico.


La tradizione, importata da Federico II e da suo figlio Manfredi, del cavallo rimane viva a Palazzo San Gervasio ancora fino a qualche anno fa, e viene testimoniata nelle vendite in famose fiere e gare equestri. Via delle Corse ricorda proprio queste attività, Mentre corso Manfredi rievoca l'itinerario di Manfredi dal Palatium alle scuderie. Con la morte di Manfredi iniziò l'epoca angioina con Carlo I d'Angiò che, riordinando il Regno di Napoli, costituì il tenimento di San Gervasio in una delle Difese della Basilicata.


Nel centro storico del paese si scorgono importanti palazzi come Palazzo Mancinelli, Palazzo Lancillotti con la cappella di famiglia, Palazzo Pizzuti. Tra questi, in particolare, Palazzo D'Errico costruito nel 1800, sede della Biblioteca e di esposizioni di interessanti reperti archeologici e fino a poco tempo, anche sede della omonima Pinacoteca, oggi situata a Matera in Palazzo Lanfranchi. Il 2 novembre 1897 Camillo d'Errico lasciava alla comunità di Palazzo San Gervasio la più grande raccolta d'arte privata del Meridione: 300 tele del XVII e XVIII sec.; 500 stampe dello stesso periodo, 8.000 volumi della sua biblioteca, alcune serie uniche al mondo.


Di fronte alla Domus Federiciana troviamo la Chiesa Madre dedicata a San Nicola del XIX sec. in stile romanico pugliese. Documenti attestano la sua esistenza già nel 1551. La chiesa è in tufo, l'interno è a tre navate divise da colonne con capitelli in stile corinzio. Sono ben custodite statue lignee del XVI secolo e di cartapesta dei maestri di Lecce.


La Chiesa di San Rocco, risalente al 1753, fatta costruire dalla famiglia Lacci e poi passata alla famiglia d'Errico. È a pianta ellittica con facciata curvilinea in cui si apre il portale a timpano spezzato. A navata unica, con due cappelle laterali, la chiesa, accoglie l'altare in marmo policromo ad intarsio su cui è posta la statua di San Rocco, ad opera dello scultore potentino Michele Busciolano. Nel corso del tempo la chiesa è stata trasformata in cappella di famiglia in cui si trovano i monumenti funebri della famiglia d'Errico.


La Chiesa del Santissimo Crocifisso del 1500, a tre navate in stile romanico. Costruita a ridosso delle abitazioni a cui è collegata tramite un arco ribassato, che permette il passaggio nel cortile della chiesa. Presenta un facciata semplice che si rifà al romanico con la particolarità di un portale centrale in pietra lavorata.


La Chiesa di San Sebastiano, risalente al XVII sec. è situata a ridosso delle abitazioni, lungo il corso principale. La facciata si presenta di forma rettangolare con il portale in pietra in stile tardo-rinascimentale, chiuso nella parte superiore da elementi decorativi costituiti da racemi e foglie. La chiesa è a navata unica con tre nicchioni laterali per lato ,con volta tutto sesto. Al suo interno è ancora possibile ammirare un maestoso organo a mantice.


La chiesetta della Madonna di Francavilla, situata nel bosco e costruita sulla chiesetta di S. Maria di Sala e la Chiesa del Purgatorio o Anime Purganti, costruita sui resti di una cappella della prima metà del '700.


Giacomo Racioppi definisce «storiche» le acque di Palazzo, riferendosi anche alla Fons Bandusiae decantata da Orazio. Come per Banzi, anche per Palazzo San Gervasio, l'acqua costituisce un elemento naturale emblematico. Diversi sono, infatti, i corsi d'acqua, in questo luogo. Tutto il sottosuolo ne è ricco; la tradizione orale vuole che, sotto la collina, dove sorge il paese, vi sia un grande lago. La ricchezza di questo sito non solo è confermata dall'esistenza di numerose fontane storiche, ma anche dal ritrovamento di un acquedotto romano costruito da Erode Ateniese, per portare l'acqua a Canosa.


Come ai tempi di Federico e di Manfredi, anche oggi il bosco è ricco di macchia mediterranea, con rigogliose piante fra cui risaltano diversi tipi di orchidea selvatica.


Con i suoi oltre 5200 abitanti, il paese regge la sua economia sull'agricoltura e l'artigianato. La sua cultura enogastronomica conferma in pieno la gustosa tradizione lucana: come la minestra di cavoli ricci con le orecchie, il muso e i piedi di maiale; il salame con il finocchietto ed il peperoncino rosso; i capunti con i cim ch'cozz ovvero le parti più tenere delle piante di zucchine. Durante le feste si possono assaporare l'agnello alla brace, il coniglio o il pollo imbottito.


Il 30 aprile Palazzo San Gervasio festeggia la Madonna del Bosco, dal 13 al 15 giugno il suo patrono Sant'Antonio da Padova e dal 15 al 17 agosto si svolge la festa dell'emigrante e quella di San Rocco il santo più venerato in Basilicata.


Tra i suoi personaggi illustri si ricordano Federico Ciccotti, giornalista esiliato in Argentina e Teodoro Michele Ciccotti, ispettore delle Acque delle Foreste durante il periodo murattiano.